Il trasporto dei pesci corallini non è sempre privo di problemi. Se si colloca un singolo pesce all’interno di una grande busta di trasporto con molta acqua, che per giunta viene anche riempita con ossigeno, come solitamente accade nel commercio acquariologico specializzato, allora il tutto sarà sicuramente privo di inconvenienti.

Appena però si vuole trasportare una maggiore quantità di pesci le cose si possono complicare. In particolare durante il trasferimento da un acquario privato ad un altro, quasi mai si tende a collocare ogni pesce in una grande busta di trasporto approvvigionandola di ossigeno, ma piuttosto ci si avvale di un secchio di plastica dove trovano posto diversi esemplari.

Nella busta di trasporto i pesci corallini, in relazione al volume d’acqua, dovrebbero disporre di una grande superficie.

Nella busta di trasporto i pesci corallini, in relazione al volume d’acqua, dovrebbero disporre di una grande superficie.

È proprio in questo modo che iniziano i problemi. I pesci attraverso le loro branchie si liberano di anidride carbonica e ammonio e il valore del pH, nonché il contenuto di ossigeno, calano.

Solitamente si utilizza a questo scopo un secchio di plastica alto e munito di coperchio, per poterlo sigillare. Inoltre si propende a riempirlo con la maggiore quantità di acqua possibile, dato che più ce ne sta durante il trasporto maggiore è la quantità di ossigeno per i pesci, o forse no? Sbagliato invece! Avviene proprio l’opposto: meno acqua hanno a disposizione migliori sono le possibilità di sopravvivenza, perlomeno fino ad un certo limite.

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Questo fatto potrà inizialmente sembrare un paradosso, ma un tragico evento che risale al mio primo periodo come acquariofilo marino, circa 20 anni fa, dovrebbe contribuire a spiegarlo. Volevo trasportare 20 damigelle turchese in un secchio da dieci litri. Lo avevo riempito fino a pochi centimetri dal bordo con l’acqua dell’acquario, collocandovi i pesci. Dopo approssimativamente tre quarti d’ora di trasporto in macchina, arrivai a destinazione aprendo il secchio. Circa due terzi dei pesci erano morti ed il resto sguazzava disperatamente nell’acqua alla ricerca di aria: che cosa era accaduto? Per ogni pesce era disponibile nel secchio molta più acqua di trasporto rispetto alle esportazioni commerciali dall’Indonesia o dalle Filippine verso l’Europa (in questo caso, infatti, ogni esemplare ha a disposizione soltanto una minuscola busta con un paio di cucchiai di acqua).

Nel mio caso ogni pesce disponeva di molta più acqua. Quindi quale poteva essere il problema? Con una maggiore quantità di acqua i prodotti metabolici acidi dei pesci sarebbero stati diluiti, o no? A questo punto doveva trattarsi assolutamente di un vantaggio riempire il secchio non solo per due terzi ma fino all’orlo. O almeno era quello che pensavo. Ad ogni modo nella vita le cose sono spesso diverse da quello che si suppone!

Non è decisiva soltanto la quantità d’acqua, ma la relazione del suo volume con la superficie, che rende possibile un adeguato scambio gassoso.

  • Un esempio: se si riempie un secchio da 10 litri con 9 litri d’acqua, si crea un certo rapporto tra volume del liquido e superficie, con uno scambio gassoso passivo. Attraverso la diffusione sulla superficie dell’acqua per unità di pesce viene sempre scambiata passivamente la stessa quantità di gas, e questo scambio gassoso con 9 litri determina un particolare contenuto di ossigeno e CO2 nell’acqua. Se riempiamo lo stesso secchio invece che con 9 solo con 1,8 litri, nell’acqua la saturazione di ossigeno sarà cinque volte maggiore!

In effetti, la cosa è naturalmente molto più complessa, perché da un lato in un volume d’acqua limitato i prodotti metabolici dei pesci si arricchiranno di più rispetto ad uno più elevato, dall’altro però la più elevata concentrazione di tali sostanze porta ad un maggiore scambio gassoso passivo. Questo scambio di gas dipende comunque sostanzialmente da quello che si trova sopra alla superficie dell’acqua, perché qui deve essere disponibile una sufficiente quantità di ossigeno, e l’anidride carbonica in nessun caso deve potersi accumulare, ma deve avere la possibilità di fuoriuscire, perché altrimenti ostacolerebbe lo scambio gassoso. Diventa ad ogni modo evidente che con più acqua di trasporto, a parità di superficie d’acqua nel contenitore, i problemi non vengono risolti ma al contrario creati.

Per questa ragione oggi seguo sempre il consiglio della Proff.ssa Ellen Thaler, di trasportare ogni volta i pesci corallini con un ridotto livello di acqua. Perfino quando si tratta di un grande pesce chirurgo con circa 8 cm di altezza corporea, questo si troverà molto meglio in un secchio riempito con 10 cm di acqua di trasporto invece della metà o addirittura del tutto. Inoltre il secchio non dovrebbe possibilmente essere chiuso, o perlomeno essere aperto a intervalli regolari, per muovere leggermente l’acqua di trasporto e allontanare tutti gli accumuli di anidride carbonica, presenti in prossimità della superficie. La situazione ideale consisterebbe nel raggiungimento, anche nel secchio di trasporto, della relazione tra acqua ed aria riscontrabile nei minuscoli sacchetti di trasporto, nei quali i pesci corallini vengono esportati dai loro paesi di origine. In questo caso sono presenti pochi millimetri di acqua con a confronto una grande superficie, sopra alla quale si trova una enorme riserva di ossigeno. Questo significa pertanto che un recipiente di trasporto poco profondo è migliore di un secchio. Se ci si deve per forza avvalere di un secchio allora lo si dovrebbe riempire per meno di due terzi con l’acqua di trasporto, aprendolo regolarmente per favorire lo scambio gassoso, come sopra ricordato. Esistono in ogni caso altre possibilità per ottimizzare il trasporto dei pesci corallini. Ulteriori informazioni nella prossima parte di questa rubrica.

Daniel Knop

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