L’apparenza inganna

Le spettacolari profondità marine azzurro e blu cobalto intorno agli atolli corallini dell’Indopacifico sono note per la loro trasparenza. Spesso la visibilità è di oltre 30 metri, e si può affermare con assoluta certezza che questo magnifico panorama subacqueo ha contribuito a rendere popolare l’hobby dell’acquariologia marina; molte persone desiderano creare un “reef corallino in miniatura” nel salotto della propria abitazione. La maggior parte degli acquariofili associano i reef agli animali magnificamente colorati e all’acqua cristallina. Gli scienziati condividono sostanzialmente il fascino esercitato sugli acquariofili dalla bellezza delle scogliere coralline, e dopo aver cominciato ad esplorare nel dettaglio i reef, la limpidezza dell’acqua è subito stata presa come misura del loro grado di purezza. In questo senso però ben presto si presentò un problema, perché la base per un reef corallino sono naturalmente i coralli, cioè degli animali. E tutti gli animali devono assumere del nutrimento. Ovviamente si tendeva a supporre che dovessero cibarsi di qualcosa presente nell’acqua circostante, ma vista la sua limpidezza questa non sembrava contenere alcun alimento. Verso la metà del secolo scorso ebbe inizio pertanto una dettagliata ricerca per comprendere come i coralli potessero esistere in un ambiente nel quale non sembrava esserci nulla di commestibile.

Il plancton

All’inizio bisognava naturalmente provare che quest’acqua marina effettivamente non conteneva nulla di cui i coralli potessero alimentarsi. Alla fine degli anni ’50, pertanto, si prelevarono dei campioni d’acqua in vari posti del mondo, e il plancton che i ricercatori speravano di trovare spiccava per la sua assenza. I primi campioni degli oceanografi e dei biologi marini provenivano allora da acque fredde e torbide delle zone temperate dei mari settentrionali come il Mare del Nord, intorno alla Nuova Inghilterra, e dalle oscure profondità di Puget Sound, acque che si distinguevano per una presenza stagionale molto ricca di plancton. Durante la fioritura di plancton primaverile l’acqua è piena di vita: un solo metro cubo d’acqua, durante questa fase, può contenere oltre mezzo milione di minuscoli esser viventi, visibili ad occhio nudo e che effettivamente contribuiscono all’aspetto torbido. L’acqua è talmente ricca di vita, che la visibilità risulta fortemente ridotta.

Un gruppo di Chromis viridis fluttuano alla ricerca di plancton sopra ad una colonia d Acropora.

Un gruppo di Chromis viridis fluttuano alla ricerca di plancton sopra ad una colonia d Acropora.

Quando poi i ricercatori, dopo dei campioni talmente ricchi di plancton, esaminarono l’acqua dei reef corallini, non trovarono nulla di confrontabile, e spesso le cose andarono ancora peggio: non trovarono nulla. In effetti, questo non li sorprese affatto: a prima vista, infatti, anche solo guardando attraverso questa limpida acqua marina si poteva facilmente appurare che il plancton non era presente. In conclusione, l’acqua dei reef corallini è un deserto nutritivo. Come epilogo definitivo premeva l’ipotesi (si badi bene, l’ipotesi e non la certezza) che i coralli dovessero produrre da soli tutto ciò di cui hanno bisogno, o perlomeno la parte predominante. L’unica via per farlo era l’autotrofia, in altre parole i coralli non avevano la necessità di mangiare perché attraverso le alghe simbionti ricevevano tutto quello di cui avevano bisogno.

Quando regnavano i dinosauri…

Dall’inizio fino alla metà degli anni ’70 si studiava più da vicino la fisiologia della simbiosi coralli/alghe. Pionieri di questo lavoro erano Len Muscatine e i suoi studenti e collaboratori, e i risultati provarono che i dinoflagellati della maggior parte dei coralli zooxantellati elaborano effettivamente grandi quantità di prodotti della fotosintesi, che successivamente vengono ceduti all’ospite. La fotosintesi crea carboidrati, vale a dire zucchero e suoi derivati. I ricercatori scoprirono che le alghe simbionti erano in grado di soddisfare il fabbisogno giornaliero di carbonio dei coralli. Si trattava di una scoperta sorprendente, e ben presto ovunque si diffuse la notizia che le alghe simbionti “forniscono un grandissimo apporto all’alimentazione dei coralli”. Questa informazione si accordava con l’idea che l’acqua di un reef corallino sarebbe quasi completamente priva di plancton, e rapidamente ci si convinse che i coralli potessero esistere nel loro ambiente per questa ragione, dato che non devono mangiare nulla. Consideriamo però la serie delle prove: all’inizio si notò che l’acqua dei reef era troppo “pulita”, per fornire nutrimento ai coralli. Poi si scoprirono le zooxantelle, che offrivano ai coralli tutti i necessari composti di carbonio. In qualche modo dall’affermazione “le zooxantelle soddisfano la necessità di carbonio e di zuccheri di un corallo fino al 100%” si arrivò alla deduzione per cui “le zooxantelle soddisfano il fabbisogno nutrizionale di un corallo al 100%”. Da qui, in modo quasi obbligato, si arrivò alla conclusione che i coralli non devono assumere alcun nutrimento: infatti se vengono illuminati dalla luce solare le alghe simbionti producono tutto quello di cui hanno bisogno. Per salvare l’onore degli scienziati che si occuparono della fisiologia dei coralli o delle zooxantelle, bisogna comunque aggiungere che nessuno di loro aveva azzardato questa insensata conclusione; certamente fu piuttosto la conseguenza delle molte bolle di gas fuoriuscite dalla fanghiglia di acido solforico del giornalismo superficiale, che comprendeva anche svariati autori acquaristici, alcuni dei quali paiono essere ancora convinti del contenuto veritiero di tali affermazioni.

Segue parte 2

Maggiori informazioni sull’argomento nel numero 60 di CORALLI